Le idee hanno delle conseguenze

Un pomeriggio del 1912, Sigmund Freud rimase affascinato da una statua. Essa catturò la sua immaginazione per ore e, di ritorno dal suo viaggio a Roma, si lasciò andare ad immagini e descrizioni della scultura, analizzandola nel dettaglio e disegnando schizzi fino a che, dopo essere andato ad osservarla altre volte, scrisse un saggio che la potesse interpretare.

Moses Michelangelo statue

La statua era il Mosè di Michelangelo, il capolavoro in marmo che Michelangelo considerava la sua scultura più realistica. Il Mosè si erge maestosamente, con un’intensità raggiante dal suo volto e flettendo i suoi muscoli. Mentre Mosè tiene le tavole dei Dieci Comandamenti, e guarda indignato l’idolatria del suo popolo che adora un vitello d’oro proprio ai piedi del Monte Sinai, la fluidità del mantello e della barba del Mosè contrastano con la solidità del suo corpo. La statua di marmo è così intrigante e realistica che si narra che Michelangelo, quando finì l’opera, colpì il Mosè sul ginocchio e gridò: “Parla, ora!”. (Effettivamente vi è un’incisione sul ginocchio e si pensa possa essere il segno lasciato dal martello di Michelangelo.)

Cosa colpì così profondamente Freud riguardo questa statua? Avrebbe potuto essere l’abilità dell’artista, la sua padronanza dell’anatomia umana e dell’anima dell’uomo. Avrebbe potuto essere il posizionamento della scultura: essa è il pezzo principale di una maestosa tomba, ordinata da Papa Giulio II quando era ancora in vita, il quale era ansioso di allinearsi al fianco di un grande conduttore spirituale.

Sarebbe, invece, potuto essere il personaggio stesso di Mosè, il grande padre del popolo Ebraico, un gigante nell’arena della storia, della legge e della religione. O sarebbe potuta essere una combinazione di tutti questi aspetti. Qualsiasi sia stato il particolare che catturò l’attenzione di Michelangelo, io immagino che il Mosè portò Freud a pensare, almeno un po’, all’eredità che avrebbe lasciato. (Freud combatté con l’eredità lasciata da Mosè per tutta la sua vita e il suo ultimo libro, scritto nei suoi ottant’anni, si intitola Mosè ed il Monoteismo). Uno dei più grandi artisti della storia, ritrasse uno dei più grandi leader della storia fino ad arrivare ad un grande interprete della mente umana, questo sperava di essere Freud. Mosè lasciava dietro di sé un popolo liberato il quale, da smembrato raggruppamento di schiavi, divenne una nazione unificata, con un’estasiante visione dell’unico vero Dio, con un sistema ereditario ed un’identità propria che sarebbe durata per millenni. Michelangelo, d’altro canto, ha lasciato straordinari opere d’arte che avrebbero ispirato, istruito ed influenzato generazioni future.

Cosa avrebbe lasciato Freud? Era già un promulgatore della psicoanalisi e stava forgiando una nuova scuola di pensiero ma la domanda deve aver attraversato la mente di Freud: quale sarebbe stata la sua eredità? Sarebbe stata duratura come il popolo di Mosè o come l’arte di Michelangelo?

Non importa quale sia il talento che muove le nostre mani, o quali sogni trasportino la nostra immaginazione, il trio Mosè-Michelangelo-Freud ci lascia un’eloquente eredità in comune: le idee hanno delle conseguenze. Quello in cui noi crediamo ha un’importanza. Mosè è ricordato ed è stato ritratto da Michelangelo ed ha avuto una grande influenza su molti e su Freud solo perché tiene nella sua mano destra delle tavole di pietra e guarda con indignazione alla sua sinistra: Mosè, infatti, credeva in un Dio onnipotente, invisibile, ma più vero di un vitello d’oro. Le convinzioni di Mosè furono fondamentali per la sua vocazione e sono la pietra angolare della sua eredità. Così per qualsiasi altra persona. La persistenza della nostra eredità è scolpita nella concretezza delle nostre credenze.

René Breuel

 René Breuel

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