L’Ultima Generazione sulla Terra?

Perché non smettiamo di fare figli e non diventiamo l’ultima generazione sulla terra? In un recente editoriale del New York Times, il filosofo morale Peter Singer (Princeton) si chiede se sia ragionevole continuare a fare figli, data la sofferenza di cui facciamo esperienza nel mondo.

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Singer cita un libro intitolato “Better Never to Have Been: The Harm of Coming into Existence” (“Meglio non essere mai nati: il dolore di esistere”) per difendere questa posizione: se smettessimo di generare figli, non solo eviteremmo la loro possibile sofferenza: non ci sentiremmo nemmeno in colpa per non prenderci cura del pianeta in vista delle generazioni future. Ridurremmo così la sofferenza che i nuovi nati potrebbero provare, mentre riusciremmo a massimizzare la gioia noncurante della nostra generazione.

Secondo questa visione delle cose, faremmo una buona azione, dal punto di vista etico, nell’evitare di infliggere nuovo dolore a dei bambini innocenti e, allo stesso tempo, guadagneremmo del piacere in più, essendo autorizzati a preoccuparci solo di noi stessi. Così Singer, scherzando, propone:

Perché non diventiamo l’ultima generazione sulla terra? Se tutti ci trovassimo d’accordo sul farci sterilizzare, tutto ciò non richiederebbe sacrifici – potremmo avviarci all’estinzione festeggiando!

Non sono sicuro che il filosofo sia seriamente convinto di queste parole. Singer sembra essere uno di quegli studiosi che hanno imparato a ballare sulla melodia dei mercati, sapendo bene che le affermazioni provocatorie, rispetto a quelle coscienziose, aiutano a vendere molte più copie di giornali. Ma la domanda che sta dietro quest’articolo è ad ogni modo importante, anche se potrebbe suonare in accordo con la logica nazista: “Quanto dev’essere buona la vita sulla terra, per far sì che l’atto di portare al mondo dei figli sia un atto ragionevole?” Singer crede in una sorta di miglioramento evolutivo, che ridurrebbe la sofferenza umana al minimo nell’arco di circa due secoli. Ma nel frattempo, la sua risposta è un negativo categorico: “Se potessimo guardare alle nostre vite in modo oggettivo, vedremmo che esse rappresentano un dolore che non dovremmo infliggere a nessun altro”.

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E’ curioso il fatto che questo articolo mi sia capitato davanti proprio mentre il mio bambino di tre mesi stava bevendo il latte in braccio a me. Era il mio turno di dargli il biberon al mattino, così andai nella sua stanza – che avevamo dipinto di blu la settimana prima – e vidi Pietro che mi accoglieva con un sorriso buffo. Rideva e faceva “ciao” con le braccia. Lo portai nella sala da pranzo per dargli il latte.

Dopo aver finito di leggere l’articolo di Singer, guardai Pietro per cercare di capire la sua vita alla luce di ciò che il filosofo diceva. Sembrava soddisfatto del suo banchetto mattutino. Cercai di confrontare la quantità di sofferenza che lui aveva provato fino a quel punto con la quantità di gioia che aveva sperimentato. Ho riconosciuto che anche Pietro ha avuto la sua parte di dolore – l’agonia di essere nato in questo mondo è alla base della sua vita – e ho persino pensato che avrebbe potuto iniziare a imprecare. Per alcuni giorni, infatti, aveva avuto una brutta tosse, e dopo aver usato tutte le sue forze per tossire quattro o cinque volte, ad alta voce e senza preoccuparsi di coprire educatamente la bocca, si lamentò con indignazione urlando – ieoodadubaaaaaaa!!!! Forse la sua non era un’imprecazione, non aveva offeso la madre nè i morti di nessuno, ma suonava proprio come una disapprovazione scontrosa, si lamentava della noncuranza dei suoi genitori, i quali lo avevano portato fuori la sera senza coprirgli le orecchie.

Ma allora l’esistenza di Pietro è una fontana di insopportabile sofferenza e insensatezza? No, certamente no. Soffre, come tutti noi, ma una vita piena di significato non corrisponde a una vita senza sofferenza. Soffrire fa parte della vita, non possiamo evitarlo. Per escludere la sofferenza dalla nostra nozione di una vita ideale e felice dovremmo restare con una nozione molto artificiale di felicità. Questo significherebbe intrappolare la felicità in una gabbia di irrealtà: la sofferenza colora ogni giorno della nostra esistenza, anche i momenti di felicità. Escludere la sofferenza significa escludere la vita.

René Breuel

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