Vale la pena vivere?

“Ma pensi che valga la pena vivere nonostante tutta la sofferenza che dobbiamo affrontare?”. 

Restai sorpreso della mia stessa domanda, mi stavo chiedendo se di fronte a tutto il male e il dolore del mondo la vita avesse veramente un senso.

baby sleeping

Era un pomeriggio luminoso e mi trovavo al campus della Sapienza, la più grande università di Roma e d’Europa. Stavo parlando da una ventina di minuti con una studentessa molto pungente. Le nostre argomentazioni avevano toccato i problemi della fede, dall’esclusivismo religioso, alla stagnazione del cristianesimo per poi soffermarsi infine su quello che per lei sembrava l’ostacolo più grosso: il problema della sofferenza.

Mi disse: “Tu credi che questo sia un mondo buono solo perché sei cresciuto in una bella famiglia, con genitori che ti hanno amato”. Fino a quel momento i suoi occhi erano luminosi, ma adesso aveva abbassato lo sguardo. “Altri non sono stati così fortunati, e non credo che valga la pena vivere con tutta questa sofferenza che ci piomba addosso”.

L’unica cosa buona che riuscii a dire fu: “Mi dispiace…” Poi lei riportò statistiche di abusi sessuali, secondo cui la maggior parte vengono perpetrati all’interno delle mura domestiche. Nonostante lei stesse parlando in termini generali, lessi tra le righe che probabilmente questo doveva essere stato anche il suo caso. Quando era una bambina aveva dovuto subire maltrattamenti da parte di suo padre o magari di un suo zio, e queste esperienze avevano adombrato la sua visione della vita.

Continuammo a parlare per qualche minuto, ma la sua osservazione mi aveva colpito profondamente e mentre tornavo verso casa nella mia testa rimbombava questa domanda. Vale la pena vivere?

Desmund Tutu, premio Nobel per la pace consegnatogli per il suo impegno contro l’apartheid in Sud Africa, si è dovuto confrontare con la stessa domanda. Sicuramente ha visto molta più sofferenza e ingiustizia di molti di noi, e la sua risposta è sorprendente.

Penso che molte volte Dio si sia pentito di averci creato, ma sono convinto che sono di più le volte in cui si ricrede nel vedere la nostra bontà, la nostra magnanimità e la nostra nobiltà d’animo.

Tutu è arrivato a questa conclusione per due ragioni. La prima è che dietro la nostra nozione di male, si nasconde l’eloquente orizzonte del bene che permea il nostro mondo e le nostre menti. “Nel nostro mondo per ogni azione malvagia ci sono dozzine di buone azioni che non vengono notate… è solo perché noi crediamo che le persone debbano essere buone, che ci disperiamo quando non lo sono”.

Noi non chiameremmo il male male, o non ci indigneremmo contro di esso se non conoscessimo anche che cosa sia il bene. Se il credente deve affrontare delle difficoltà nello spiegare che cosa sia il male, lo scettico si troverà davanti a una sfida ben più articolata nello spiegare il bene.

La seconda argomentazione di Tutu, a sostegno della validità dell’esistenza, dal mio punto di vista, è ancora più esplicativa.

La consistenza della sofferenza cambia quando la vediamo e cominciamo a sperimentarla come redentrice e non come distruttrice e senza senso. Noi esseri umani possiamo tollerare la sofferenza ma non riusciamo ad accettare la mancanza di significato.

Immagino che Tutu abbia appreso questo mentre lottava contro l’apartheid e credo che abbia visto i volti dei suoi colleghi passare da sentimenti di rabbia a sentimenti di decisione e risolutezza, quando hanno sentito parlare della redenzione e di come le loro sofferenze potessero essere usate per il bene.

Questo è ciò che intendo quando dico che noi possiamo trasformare la nostra sofferenza in una spiritualità trasformante, comprendendo che abbiamo un ruolo nell’opera divina di trasformazione del mondo.

Ha senso questo mondo imperfetto? Sicuramente molte volte pensiamo che non ce l’abbia.  Tragedie come quelle di questo mese in Medio Oriente sicuramente nauseano anche Dio. Ma alla fine di tutto, io credo che valga la pena vivere. Vale la pena vedere dei bambini giocare nel parco, anche se stanno litigando per un giocattolo. Vale la pena vedere una giovane coppia accarezzarsi i capelli, anche se potrebbero lasciarsi la settimana seguente. Vale la pena vedere un uomo rispettato morire e godere di ciò che ha lasciato dietro di sé. Ci sono momenti in cui il dolore ci travolge così potentemente che preferiamo la morte, o la distruzione del mondo. Io credo che la validità del mondo sia una questione di prospettive, come la ragazza sosteneva. Ma noi siamo in grado di giudicare se la nostra esistenza ha un senso solo quando la vediamo nel suo insieme, sia le cose belle e quelle brutte, alla fine della nostra esistenza. E nessuno ha espresso la nostra speranza meglio di Dostoevsky:

Credo come un bambino che la sofferenza sarà guarita e compensata, che tutta l’assurdità umiliante delle contraddizioni umane svanirà come un miraggio pietoso, come la fabbricazione spregevole della mente euclidea impotente e infinitamente piccolo, che nel mondo del finale, al momento dell’armonia eterna, qualcosa di così prezioso avverrà, e sarà sufficiente per tutti i cuori, per il conforto di tutti i risentimenti, per l’espiazione di tutti i crimini dell’umanità, per tutto il sangue che hanno versato; che renderà possibile non solo perdonare, ma giustificare tutto quello che è successo.

Infine mi auguro che la visione di Dostoevsky sia profondamente vera, e che io riesca a vedere il male nella sua azione redentrice, come Tutu è riuscito a vederlo. E spero che anche quella studentessa possa riuscire a vederlo, che possa vedere il suo passato di sofferenza sommerso dall’oceano di redenzione di Dio, e possa dire: “ sì, mi ha fatto male, molto male. Ma vale la pena vivere.”

René Breuel

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