Perché il nostro motto universale è “Cogli l’attimo”?

Cogli l’attimo. Vivi per il momento. Sii te stesso. Solo tu puoi essere tu, solo adesso può essere adesso.

Massime come queste popolano il mio Facebook e il mio Twitter come le reclami televisive (e i discorsi banali). Sono così ispiratori, così protendenti alla vita. Siamo chiamati a goderci la vita appieno e a non far passare neanche un minuto. È un ammonimento a vivere, a godere, ad assorbire.

carpe_diem

È facile capire come una parte di me stia iniziando ad essere scocciata da massime di questo tipo. Non solo per la loro virtuale onnipresenza, o per come sembrano così adolescenziali, ma anche perché sono infastidito dalla loro mancanza di speranza. Dietro la vitalità che traspare da queste massime c’è così tanta disperazione, così tanta paura.

Se noi siamo chiamati a goderci l’attimo in maniera completamente positiva, inoffensiva e politicamente corretta, come possiamo definire il come farlo? Come fai ad andare fuori strada se stai “seguendo il cuore”? Dietro il carpe diem si nasconde non solo una paura emotiva, ma anche un’idea filosofica che oltre al presente non ci sia nient’altro di meglio. Noi siamo spronati a godere l’attimo perché abbiamo paura del futuro e siamo ossessionati dal passato. In un vasto oceano di incertezza noi isoliamo l’attimo come un frammento, per godercelo. Chi può sapere se avremo un futuro.

Le radici di questo motto generazionale affondano più in passato rispetto agli spot commerciali della Coca-Cola e i “sii te stesso” di Oprah. È la massima espressione del materialismo. È la parte euforica del nichilismo bipolare. È lo slogan del più inarrestabile consumismo. Il momento è l’orfano della distruzione intellettuale di qualsiasi ideale del vivi per. Noi occidentali abbiamo paura di aver rovinato il nostro passato (sono gente stupida, in termini adolescenziali), e abbiamo difficoltà a costruire qualcosa di valore, qualcosa che duri, qualcosa di veramente trascendentale, qualcosa che non si possa distruggere. La soluzione? Il presente! Perché continuare a preoccuparci del passato? Perché costruire qualcosa quando possiamo goderci noi stessi?

Luc Ferry, nel suo “Vivere con Filosofia”, colloca questa idolatria del presente in una filosofia postmoderna, un recupero post-Nietzsche della filosofia stoica, dopo la morte delle ideologie, della fede e delle religioni.

La dottrina della salvezza materialista effettivamente riprende dalla saggezza greca il celebre adagio carpe diem, (‘cogli l’istante’), cioè la convinzione che solo la vita che si situa nel qui e nell’ora.. vale la pena di essere vissuta…[Perché] liberandoci dalla pesantezza del passato e dell’avvenire, raggiungiamo la serenità e l’eternità, qui e ora, poiché non c’è più riferimento e dei ‘possibili’ che relativizzano l’esistenza presente e ci ci instillano il veleno del dubbio, dei rimorsi o della speranza. [1]

La chiamata a cogliere l’attimo, in altre parole, è il disperato imperativo di un dispotico materialismo. Dietro le sue esortazioni sorridenti e protendenti alla vita, in realtà, c’è una visione cupa della realtà.  Non c’è nessuna forma di trascendenza e di redenzione: perciò goditi le tue cose. Nietzsche ha definito la speranza come “il male di tutti i mali”; André Comte-Sponville ha dichiarato che “sperare significa desiderare senza godere, senza sapere e senza potere”. [2] Non ci meravigliamo, quindi, del fatto che siamo destinati a godere il presente, perché non ci rimane molto altro.

Mi dispiace ma devo andare adesso (l’attimo è sfuggito anche a me…). Ma se tu vuoi veramente cogliere l’attimo, trovi qui e qui la ragione per cui credo che un bellissimo e redentivo futuro sia possibile.

René Breuel

[1] Luc Ferry, Vivere con Filosofia (Milano: Garzanti, 2007), 184-185, 210-211.

[2] Citato in Ibid., 210.

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Una risposta a “Perché il nostro motto universale è “Cogli l’attimo”?

  1. Sono perfettamente d’accordo con la tua critica al cosiddetto carpe diem di matrice contemporanea che, in realtà, va tradotto in “mordi e fuggi” che, ovviamente, non ha nulla di ciò che profondamente i classici intendevano nell’originalità del pensiero. Devo, tuttavia, notare che anche tu, nella frenesia contemporanea che, tra le altre cose, induce ad una puerile schematizzazione dei pensieri (anche dei filosofi) e ad una loro “cataloghizzazione”, hai fatto confusione sul reale pensiero di Nietzsche. A tal proposito, ti invito, a leggere un mio scritto proprio sulla cattiva interpretazione del filosofo dell’oltreuomo. Spero vivamente che tu lo legga, non per me o per il mio blog, ma per il suo importantissimo contenuto: https://ildelfinoblog.wordpress.com/2015/10/23/nietzsche-sulletichetta-di-profeta-del-nazismo/#more-920

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