Sii Religioso per Me

Religione vicaria. Sono finalmente arrivato al concetto che ho cercato per anni. Qualcosa dentro di me mi sussurrava che un giorno sarebbe arrivato, che un giorno sarei stato capace di immergere la mia mente nella realtà sociale, ricca di sfumature, che vedo intorno a me in Europa. Le categorie bianche e nere del credente/non credente, o i sondaggi che chiedono alle persone di identificare loro stessi come appartenenti alle maggiori religioni (cristiani, mussulmani, ebrei, buddisti o induisti) o anche di categorizzarsi come atei/agnostici/niente mi sembra che non descriva esaustivamente l’orizzonte spirituale in Europa.

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Le cose sembrano molto più complesse, molto più sfumate. Molti credenti non proprio credono, molti non credenti credono in qualche modo. Molte persone non appartengono a una congregazione ma si sentono di appartenere alla chiesa ufficiale della loro nazione. Gli studiosi parlano di “credere senza appartenere” (lo schema protestante della secolarizzazione) o di “appartenere senza credere” (lo schema cattolico), ma anche questo non mi è sembrato abbastanza esaustivo per descrivere quello che ho potuto vedere qui a Roma: non soltanto cristiano ma molti modi di essere cristiano, secolare ma anche post-secolare, pre-moderno, moderno e postmoderno, cosmopolita ma anche parrocchiale, e tutto questo con anche i Testimoni di Geova che bussano alla tua porta.

Subentra la “religione vicaria”. Non ho nessun merito nell’aver coniato questo concetto, se non per il fatto di averlo trovato a pagina 522 del gigantesco, scritto a caratteri minuscoli e ultra complesso libro A Secular Age di Charles Taylor (anche Miroslav Volf ha ironizzato che “Charles avrebbe potuto usare un editore”). Quindi mi prendo solo un po’ di merito per l’idea…

Il primo a parlare di “religione vicaria” è stato la sociologa inglese Grace Davie, e questo è come Taylor la descrive:

quello che lei sta cercando di descrivere è la relazione delle persone con la chiesa, dalla quale tengono una certa distanza ma che comunque sia, in un certo senso, apprezzano; loro vogliono essere là, in parte come custodi di una memoria ancestrale e in parte come una risorsa contro un bisogno futuro (il loro bisogno per un rito di passaggio, nello specifico un funerale); o come una fonte di conforto e orientamento contro un disastro collettivo.

Bingo! Nella mia parafrasi: “Sii religioso per me. Grazie ma no, grazie, non lo voglio per me stesso. Certo che no, come potrei credere a tutte quelle stupidaggini? Ma tu, tu credi amico. Segui il tuo cuore. Questo mi fa stare meglio. Potrebbe avere un senso se impazzissi o qualcosa del genere. Cioè, un giorno avrò bisogno di avere un funerale. La ragazza che sto frequentando un giorno potrebbe volere sposarsi in chiesa, chi lo sa. Quindi, io non credo, certo che non credo, ma sono felice che tu sia lì. Mia nonna ha bisogno di te.” O prendi la versione personale di Annie Dillard alla fine del suo libro Holy the firm (che ho trovato a pagina, non nell’anno, 1977):

Alle persone piace il bene ma non meno della bellezza, e anche la contentezza, o soltanto gli esseri viventi, o l’insieme di tutto questo, e la casa del cuore. Tu vestirai i tuoi stessi figli, aiutandoli a infilarsi le maniche. La mattina fischietterai, pieno del piacere dei giorni, e i pomeriggi questo o quello, e la sera piangerai amore. Quindi vivi. Sarò una suora per te. Lo sono adesso.

Incontrare questa terminologia mi ha aiutato a capire come tante persone oggi in Europa si sentono riguardo al cristianesimo. Se glielo chiedessi, non sono religiosi ma certamente lo sono. Non credono ma credono, non vanno a messa ma sentono il senso di appartenenza. Smetterebbero di chiamarsi cristiani solo se si convertissero all’Islam, ma anche da atei, saranno atei cristiani. Non sono seguaci ma non farglielo notare. Si sentono così. Solo poche persone oltre a Dawkins e altri vorrebbero abolire la religione totalmente. Usando le parole di Davie: “riguardo al credere, nominalismo anzichè secolarismo è la categoria residuale.” Non credono ma è comunque bello che ci siano le chiese. Aiutano certa gente.

John Wolffe descrive il sistema di credenze di questo vasto numero di persone, così: è una citazione lunga ma interessante):

Dio esiste; Cristo era un buon uomo e un esempio da seguire; le persone dovrebbero condurre vite decenti e umili con i loro vicini, e coloro che faranno ciò andranno in paradiso quando moriranno. Coloro che soffriranno in questo mondo riceveranno una ricompensa nell’altro. Le chiese sono state guardate con apatia anzichè ostilità: le loro attività sociali hanno dato un qualche contributo alla comunità. Le scuole domenicali sembrano aver sopperito alla necessità di radunare i bambini, e i riti di passaggio hanno richiesto sanzioni religiose formali. L’associazionismo è stato mantenuto con la frequentazione a certe ricorrenze annuali o stagionali, la partecipazione settimanale alle riunioni è vista come non necessarie ed eccessiva. Erano più le donne e i bambini ad essere regolarmente coinvolti, ma questo non significa che gli uomini adulti fossero ostili; ma concretamente, può essere sintetizzato, in questi termini, gli uomini tendono a vedere loro stessi come quelli che portano il pane a casa, e credevamo che le donne avrebbero dovuto rappresentare gli interessi della famiglia nell’arena religiosa. L’enfasi era più sul pratico e sul senso di comunanza che sugli aspetti teologici e individuali.

È un orizzonte complesso e sfumato, oltre la semplice polarità tra il credere e il non credere. Le persone si portano dietro molte emozioni conflittuali. Loro vogliono essere religiosi. Loro non vogliono essere religiosi. Loro vogliono che tu sia religioso per loro, o qualcosa del genere.

Ma non lo fare amico. Non essere una suora o un prete al posto degli altri. Dio è per tutti e loro non possono delegarlo ad altri.

René Breuel

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