Tutta la speranza è speranza infondata?

Vivere senza speranza. Pensare senza speranza. Fa soffrire di più. Questa è la tesi di un pezzo sul New York Times, un articolo chiamato, opportunamente, Abbandonare (quasi) ogni speranza. L’autore Simon Critchley conclude citando Nietzsche e dice: “La speranza è il male dei mali, perché prolunga il tormento dell’uomo”, e questo dopo aver citato un dialogo dello storico Tucidide, dove gli antichi ateniesi affermano che “la speranza è prodiga per natura”, quando dicono a una città che stanno per conquistare di non rivolgersi a “cieche speranze … che distruggono gli uomini dando loro speranza”. Gli Ateniesi successivamente decimarono la città di Melian per dimostrazione dell’affermazione.

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Lasciatemi dire subito che il pezzo di Critchley è perspicace e ben fatto. Si tratta di un’elevata difesa del realismo pragmatico che include alcune perle come quella di Napoleone che dice che “un leader è un commerciante di speranza”, così come la sua critica dei nostri sistemi politici che prosperano sulle grandi promesse e le figure dei messia:

Che cosa ci dovremmo aspettare dalla nostra vita politica, se non un commercio quadriennale delle nostre intelligenze morali tra l’uno e l’altro dei vari rivenditori di speranza, che appaiono nel mercato politico per venderci alcuni nuovi e luccicanti mezzi di salvezza?

Eppure. C’è un sacco di speranza scadente lì, nei candidati politici, nelle luccicanti auto nuove, nel cinismo stesso, ma non tutta la speranza è cieca speranza. Mi sembra che la principale falla di Critchley sia quella di confondere la speranza con l’idealismo e l’ingenuità con la cecità, similmente al modo in cui Richard Dawkins confonde la fede con la creduloneria e l’idiozia con la fede. È un errore nella definizione; fa lo sbaglio di confondere le manifestazioni estreme e le mutazioni di un concetto, per l’essenza pura del concetto. Si picchia un uomo di paglia invece di parlare con uno vero. La speranza è la speranza. La fede è la fede. La cieca speranza non è speranza, è un’imprudenza, proprio come la fede cieca non è fede, ma è creduloneria.

Questo ci lascia con la domanda: allora che cosa distingue la speranza solida dalla falsa e cieca speranza? Qual è la linea di passaggio? Quali sono i criteri? Qui Critchley rimane in silenzio (come un buon politico!) e conclude il suo articolo con una chiamata ad abbandonare la speranza. Si riconosce la necessità di una certa distinzione, scrivendo nell’ultimo paragrafo che “a meno che tali speranze siano realistiche, finiamo in un idealismo di cieca speranza (e quindi senza speranza).” Ma un criterio per distinguere la speranza realistica dall’idealismo cieco lui non offrire, come direbbe il Maestro Yoda. C’è solo Nietzsche che chiama la speranza “il male dei mali” e la chiamata ad abbandonare la speranza.

Il criterio mi sembra abbastanza semplice: la speranza solida spera in qualcosa o in qualcuno di stabile, affidabile, credibile, come la sedia su cui sono seduto o il fatto che il sole sorgerà domani. La cieca speranza è la speranza contro l’evidenza, contro le probabilità, contro la nostra esperienza passata. Naturalmente la speranza può rivelarsi infondata – la mia sedia può crollare, la Terra potrebbe smettere di ruotare tutto ad un tratto – ma, finché non avremo la prova contraria, la mia speranza nella stabilità di questa sedia e la continuità del sistema solare sembra abbastanza ragionevole. Sono d’accordo nell’abbandonare la cieca speranza, la stupida speranza, la speranza non dimostrata, ma spero in quello che si è dimostrato affidabile che sembra logico, ragionevole e in buona salute.

Il che mi porta alla gemma delle gemme nel manifesto di Crichtley: “Gesù è la nostra speranza”. Egli cita l’apostolo Paolo (anche se lo chiama il vero fondatore del Cristianesimo … Uhm …) e scrive un bel paio di righe sulla speranza cristiana:

Per questo la fede nella risurrezione di Gesù Cristo è così assolutamente fondamentale per i cristiani. Cristo è morto sulla croce, ma lui è risorto e vive in eterno. Gesù è la nostra speranza, come scrive Paolo nella Prima Lettera a Timoteo, vale a dire che è la base per la fede che anche noi possiamo vivere eternamente.

Appunto. Gesù è la sostanza della speranza cristiana; la risurrezione di Gesù è il punto di riferimento per decidere se il Cristianesimo è roba solida o qualcosa per gli idealisti non vedenti. Gesù è veramente risorto dai morti? Questa è la domanda, questo è il problema di sempre. (Credo che l’ha fatto ed è questo il perché). La risurrezione di Cristo celebrata a Pasqua è la linea di demarcazione tra speranza e disperazione, tra la fiducia in un mondo splendido che si può trovare proprio dietro l’angolo e la cupezza del nostro cinismo che parla con se stesso. Se si vuole sperare o cessare di sperare, è Gesù che devi affrontare. Egli è il rivenditore ultimo della speranza. Sono vere le sue parole? È stato trovato fuori dalla tomba? Questa è la linea di demarcazione. La speranza senza Gesù si rivelerà falsa credulità; la mancanza di speranza senza considerare Gesù si rivelerà cinismo non esaminato.

Non vi è alcuna via di fuga da Gesù, amico mio. Possiamo veramente sperare o cessare di sperare solo dopo aver guardato in quegli occhi. È la domanda che ci tormenta ancora. È la promessa che non osiamo ignorare. È l’alba o il crepuscolo della speranza.

René Breuel

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