La morte della morte

Con parole che hanno ispirato una generazione – e che hanno accompagnato un momento centrale della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012 – la canzone più conosciuta dei Beatles ha toccato i cuori delle persone dando anche una nuova visione del mondo.

happiness

In Imagine, John Lennon chiede alle persone di immaginare un mondo senza proprietà, senza l’avidità o la fame; un mondo senza nazioni e dove tutti vivono in pace; un mondo con niente per cui uccidere o morire. E, come il paragrafo di apertura suggerisce, la caratteristica distintiva di un tale mondo è che non ci sarebbe un futuro e che la gente potrebbe vivere solo per l’oggi.

Immagina che non ci sia alcun paradiso
È facile se ci provi
Niente inferno sotto di noi
Solo il cielo sopra di noi
Immagina tutta la gente che vive per l’oggi [1]

Negli anni sessanta, questo scenario sembrava un’utopia impossibile, e John Lennon fece anche una precisazione: “si può dire che sono un sognatore, ma non sono il solo”. Tuttavia, qualche decennio più tardi, le proprietà, le nazioni, la fame e l’avidità in realtà continuano, ma le prime pennellate dell’immagine di John Lennon sono rimaste salde nel nostro immaginario collettivo: la maggioranza della popolazione vive infatti senza prospettive di un aldilà, senza l’idea del paradiso, dell’inferno o qualche altro tipo di esistenza. In realtà molte persone vivono come se la morte fosse un’illusione, e la vecchiaia e il decadimento solo un futuro lontano.

Questo è uno sviluppo molto curioso, e ha profonde implicazioni nella nostra vita. Nel suo libro, vincitore del premio Pulitzer, The Denial of Death (La negazione della morte), Ernest Becker analizza questo fenomeno, e una delle conseguenze che evidenzia è il modo in cui la nostra comprensione immanente della realtà impatti il modo in cui amiamo. Se con la morte finisce tutto, se l’esistenza umana non ha molto più significato rispetto al valore che le concediamo in questo momento, di conseguenza la nostra fame di eternità ha bisogno di altre valvole di sfogo, e una di questa è ciò che Becker chiama la Soluzione Romantica.

[La persona laica moderna] voleva ancora fondersi con qualcosa che avesse un significato più alto…. Se lui non aveva più Dio, come avrebbe potuto farlo? Uno dei primi modi che ha elencato, come Rank stesso ha potuto vedere, era la ‘soluzione romantica.’ … Il partner in amore diventa l’ideale divino con il quale completare la propria vita …. L’uomo ha ottenuto il ‘Tu’, quando la visione del mondo e della grande comunità religiosa supervisionata da Dio è morta… Dopo tutto, che cos’è che vogliamo quando eleviamo il partner d’amore alla posizione di Dio? Vogliamo la redenzione – e nient’altro. [2]

La secolarizzazione della nostra vita porta alla sacralizzazione di altre cose, e una di queste è il romanticismo. Perché altrimenti dovremmo cantare tante canzoni e raccontarci tante storie sulla ricerca e sull’appagamento romantico – le nostre leggende moderne? L’amore è il modo in cui cerchiamo di trovare redenzione e significato; se non c’è nulla oltre la tomba, almeno cerchiamo la bellezza dei momenti di romanticismo brevi e ancora fragili.

Ma se John Lennon ha pensato che l’aldilà lo stava schiacciando con le sue minacciose aspettative, la nostra convinzione assoluta nel qui-e-ora è ancora più pesante. Ci aspettiamo che questi momenti fragili possano donarci il completo significato umano e di aspirazioni, e quando non possono farlo, come inevitabilmente accade, restiamo solo con il nichilismo sul quale ci scontriamo. A parte per alcuni momenti memorabili, la vita è vuota, insignificante, priva di conseguenze, come il poeta e premio Nobel Czeslaw Milosz osserva nel suo saggio “The Discreet Charms of Nihilism”(Il fascino discreto del nichilismo). Se non c’è niente dopo la morte, possiamo fare come ci pare.

E ora stiamo assistendo a una trasformazione. Il vero oppio dei popoli è il credere nel nulla dopo la morte. L’enorme conforto di pensare che i nostri tradimenti, l’avidità, la codardia, gli omicidi non saranno giudicati… [ma] tutte le religioni riconoscono che le nostre azioni sono imperiture. [3]

Questo sarebbe il momento per qualche buon vecchio detto popolare. Tipo, parlare dell’inevitabilità della morte, del crescere e dell’accettare la vita, della follia dei Beatles, delle commedie romantiche, e della più recente canzone d’amore. Ma trovo curioso che, in realtà, la narrazione cristiana non ridicolizzi la nostra paura della morte, né neghi il nostro desiderio, sia per questo mondo sia per l’eternità. La narrazione cristiana in realtà afferma entrambe, ci lascia notevolmente guariti dalla paura e liberi di godere i piaceri di questo mondo e ancora più a lungo quelli eterni.

La soluzione cristiana alla nostra paura della morte è stata catturata dal titolo di un libro di uno dei quei cari vecchi puritani, John Owen: The Death of Death in the Death of Christ (La morte della morte nella morte di Cristo). I cristiani credono che con la morte di Cristo anche la morte muore. La morte è morta quando l’Autore della Vita ha esalato il suo ultimo respiro; la morte ha preso vita, o, come dice Paolo, il mortale è stato preso nell’immortalità, quando Cristo si è offerto di morire al nostro posto, così ci può riempire con la sua vita eterna attraverso la fede. [4] La morte di Gesù è così significativa per il Cristianesimo, e la croce divenne il simbolo cristiano ultimo, perché crediamo che ha risolto la nostra angoscia esistenziale, che ha espiato i nostri peccati e ci ha riconciliati con Dio, e ci ha dato una collina veramente splendente da cui immaginare di nuovo la vita. Il Calvario è la nostra canzone più convincente – meglio ancora della melodia di Immagine di John Lennon – perché qui troviamo il nostro scopo in questa vita e in quella prossima. Qui troviamo la redenzione per cui vale la pena vivere e morire.

René Breuel

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