Cosa rende un oratore persuasivo?

Nel suo trattato di retorica, quando Aristotele decise di spiegare che cosa rende un oratore pubblico più persuasivo, ha scelto un elemento che non molti di noi avrebbe scelto. Per Aristotele, l’arma più potente di un oratore non è il logos: non è la sua logica indistruttibile, l’argomentazione o i contenuti penetranti. Non è l’eloquenza e il ritmo delle sue parole. Neanche il pathos: la passione, l’emozione, l’intensità dell’espressione, i movimenti del corpo.

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Invece del logos e del pathos, Aristotele ha scelto l’ethos: il carattere di chi parla. Per lui, più importante di ciò che è stato detto, o quanto intensamente è stato detto, è stato chi l’ha detto. Il carattere di un oratore è il suo tratto più convincente. La sua etica, composta per Aristotele da saggezza, virtù e bontà verso il pubblico, è questo aspetto che parla di più alle persone che ascoltano le sue parole. [1]

Confesso che sono rimasto sorpreso, anche un po’ deluso in realtà, quando mi sono imbattuto nella scelta di Aristotele alcuni anni fa. È vero, se la vita di un oratore non corrisponde alle sue parole, il più eloquente dei discorsi non sarà ascoltato. Ma a condizione che egli sia una persona per bene, ho pensato, e nulla potrebbe essere usato contro di lui, chiaramente il logos e il pathos sono armi molto più efficaci. Aristotele dovrebbe solo ascoltare I Have a Dream di Martin Luther King, e notare la sua scelta di metafore, il ritmo del linguaggio e la ripetizione, il suo uso di canzoni e scritture come base per la sua argomentazione, e il trasporto entusiasmante e appassionato delle sue parole – fino a raggiungere un climax di agitazione con “liberi finalmente, liberi finalmente, grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente” – per rendersi conto che l’ethos non può competere con il logos e il pathos.

L’osservazione di Aristotele è rimasta in una parte remota della mia mente, ma nel corso degli anni ascoltando numerosi oratori, ho a malincuore e lentamente ceduto ad Aristotele. Il filosofo maestro aveva ragione anche su questo. E quello che mi ha convinto della scelta di Aristotele per l’ethos è stato questa considerazione: pensate ad un buon oratore che avete sentito qualche tempo fa. Si possono ricordare un paio di buone intuizioni, forse una frase costruita attentamente, se era veramente abile ed ha ripetuto la frase in più punti chiave. Si può ricordare una storia commovente o un richiamo appassionato.

Ma che cosa vi ha toccato? Che cosa ancora vi parla? Non sono le parole o le emozioni: è l’anima di chi ha parlato. Le domande che rimangono nel tempo sono: era buona quella persona? La sua umiltà ha fatto abbassare le mie difese, e la sua benevolenza ha attirato il mio cuore così tanto che le nostre personalità si sono incontrate? Quanto le sue parole sono penetrare in me? C’è stata una comunicazione dello spirito? Più che la consegna di un messaggio, c’è stato un incontro? Come Aristotele ha sottolineato, è lo spirito di chi parla che comunica di più. Le parole possono informare la nostra mente, le emozioni possono muovere i nostri cuori, ma veniamo trasformati completamente se il carattere dell’oratore è convincente, e un pezzo della sua anima entra nella nostra.

Sono un appassionato ascoltatore di discorsi. Pagherei qualsiasi prezzo per andare ad ascoltare i migliori oratori, per assaporare quella molteplicità di parole, emozioni e di spirito confezionati in modo abile in pochi istanti. Cerco attraverso la storia di trovare e leggere la retorica più convincente mai scritta, cercando di immaginare come sarebbe stato essere lì e ascoltare, sentendo il progetto dell’anima di chi parla muoversi attraverso il pubblico. Confesso che ho anche pregato un paio di volte Dio di farmi provare in sogno l’esperienza di sedermi sotto George Whitefield, che ha toccato intere città e paesi con la sua eloquenza nel XVIII secolo.

Ma niente fa battere il mio cuore più velocemente dell’immaginare me stesso tra le folle che un tempo riempivano le spiagge e le colline della Galilea, quando si sparse la voce che un profeta era in città, accanto a persone che camminavano settimane e settimane solo per sentirlo parlare, e per assaporare le parole di Gesù, e sentire l’attrazione gravitazionale della sua personalità, e essere infusi dal suo spirito, e premere tra la folla, fino a poter avere un assaggio dei suoi occhi, e tornare a casa con un pezzo di quell’anima nella mia.

René Breuel

[1] Aristotle, The Art of Rhetoric (New York: Penguin, 2005), book 2.1.5-9

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