Il Sogno di Marilyn Monroe

Marilyn Monroe nel 1955 ebbe un sogno inquietante. Frammentariamente si ricordava che insieme a lei in una sala operatoria c’erano il suo psicanalista e il suo insegnante di recitazione, i quali iniziavano ad aprirla come fossero chirurghi.

Mi hanno aperta … e non c’era assolutamente niente. Strasberg era profondamente deluso, ma ancora di più era accademicamente stupito di aver fatto un simile errore. Pensava di trovare così tanto, più di quanto avesse mai pensato di trovare dentro qualcuno, ma invece non c’era assolutamente nulla, era privo di ogni sentimento di vita umana – l’unica cosa che era uscita fuori era solo segatura finemente tagliata, come accade alle bambole di pezza ormai lacere.

Per Marilyn, la conclusione che il suo psicoanalista aveva raggiunto nel sogno era evidente:”. Il paziente (pupillo – o studente – ho iniziato a scrivere) è fatto di vuoto assoluto”[1].

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Si può solo immaginare quante espressioni di apprezzamento abbiamo bisogno di sentire prima di credere nel nostro valore. Cento? Un migliaio? Tre o quattro al giorno? Chi lo sa. Marilyn Monroe ha avuto più fan quasi di chiunque altro, ma resta sempre il dubbio persistente che le persone non ci hanno ancora conosciuti veramente. Se solo potessero vedere tutte le mie sfaccettature, pensiamo dentro di noi, l’ammirazione crollerebbe come un castello di sabbia. Se solo potessero vedere oltre i sorrisi, le risatine, l’agitarsi delle gonne e dei capelli, e Marilyn temeva che se qualcuno avesse potuto guardare dentro di lei, avrebbe scoperto un vecchia bambola di pezza. Nonostante tutte le apparenze accattivanti, la vera fonte di informazioni su chi siamo veramente, la solida verità sul nostro valore, il verdetto di apprezzamento di chi ha visto tutti i nostri misteri e profondità, si trova altrove. Apprezziamo i bei complimenti lungo la strada, ma desideriamo ascoltare la voce di un vero giudice.

La fame di verità tipica di oggi ci mangia vivi. Con tutto il parlare di post-modernità e la sua negazione della verità, la mia impressione è che desideriamo profondamente la verità, più di quanto abbiamo mai desiderato prima. Noi desideriamo storie che sono, al di sopra di tutto, vere: storie che ritraggono il mondo così com’è, che non nascondono la complessità, che presentano personaggi combattuti e sfaccettati, che rivelano le nostre motivazioni interiori, che rendono veritiera la sua trama e il mondo, anche se non è un finale felice. In un mondo di immagini prefabbricate, di tweet sempre ottimisti e di aggiornamenti di Facebook, vogliamo arrivare alla nuda verità su noi stessi e sul mondo, passando attraverso tutti gli strati di artificialità.

La domanda da un milione di dollari, allora, è questa: a che punto siamo nella nostra ricerca della verità? Chi può dire, in via definitiva, con il nostro assenso totale, con quell’atmosfera di soddisfazione condivisa, chi siamo? Alcuni dicono che la verità si trova dentro di noi, dopo tanto sondare, e con il probabile aiuto di uno psicoanalista. Altri dicono che dopo lunghi viaggi, dopo anni in diversi paesi, dopo le visite a molti guru e la lettura di bestseller. Altri ancora difendono che tale verità ultima non si può trovare – andando contro la stessa fame del nostro cuore – è solo una costruzione sociale.

La mia convinzione, tuttavia, è che, anche se impariamo buone verità attraverso il cammino verso l’interno e verso l’esterno, la nostra grande verità arriva solo con un incontro definitivo: solo quando ci incontriamo con il nostro Creatore. Come un chiaro punto d’arrivo, noi desideriamo e temiamo questo incontro. Ma solo dopo che ci mettiamo a nudo davanti a Dio, solo dopo che viene raggiunto il momento finale della nostra esistenza, saremo lavati dalla verità, dalla chiarezza, dalla fiducia e dalla grazia. Solo dopo l’incontro con il nostro Creatore l’universo avrà senso, e anche il nostro posto in esso. Come Gesù ha detto, “Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi.” [2]

René Breuel

[1] Marilyn Monroe, Fragments: Poesie, Appunti, Lettere, ed. Stanley Buchtal and Bernard Comment, trad. Grazia Gatti (Milano: Feltrinelli, 2010), 97.

[2] Giovanni 8:32

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