Tu devi essere te stesso

In un’opera del 1867, intitolata Peer Gynt, il drammaturgo Norvegese Henrik Ibsen espresse quello che successivamente sarebbe diventato il dogma fondamentale dell’umanesimo moderno e post-moderno: “Che cosa dovrebbe essere un uomo? Se stesso.” Una persona non deve diventare qualcosa, essere scoperto, essere modellato e rifinito o conformarsi a un ideale: una persona deve potersi esprimere. Come il filosofo Tzvetan Tedorov afferma: “l’individuo non è formato da una successione di tentativi, attraverso i quali può imbattersi o sperimentare ciò che costituisce il suo destino, ma attraverso il rivelare o il non rivelare un’identità che è sempre stata dentro di lui… Nessuna esperienza è negativa in sé e per sé, a patto che sia conforme con l’essere umano che la vive” [1]

Un semplice luogo comune nel ventunesimo secolo, questo principio che Robert Bellah chiama “individualismo espressivo” nel suo classico “Habits of the Heart”, non era così ovvio nel diciannovesimo e ventesimo secolo. Per anni gli uomini e le donne hanno concepito loro stessi secondo i loro ruoli, i loro doveri, il loro posto nella società o in base alle aspettative che Dio o le persone avevano per loro. Si sposavano con chi gli veniva assegnato. Svolgevano le professioni dei genitori o quelle che erano permesse nella loro classe sociale. Si sforzavano di essere dei buoni padri, madri e figli. Si comportavano conformemente alle tradizioni, le preghiere e i pregiudizi.

Conosciamo troppo bene i miglioramenti che l’individualismo ci ha portato: la libertà di seguire la nostra coscienza, ci ha dato la profonda consapevolezza di noi stessi, la comprensione dell’individualità e dell’autenticità, la libertà di sposare la persona di cui siamo innamorati. Siamo più in sintonia con i nostri desideri. Possiamo tentare di intraprendere una carriera prestigiosa o possiamo decidere di accettare un lavoro poco retribuito.Possiamo scegliere lo stile di vita che preferiamo. Possiamo condividere o no gli orientamenti politici dei nostri genitori, le credenze religiose e avere la nostra personale visione della società. In poche parole potremmo lasciare tutto per sposare un abitante di Tahiti, aprire un Bed &  Breakfast a Bora Bora, pregare lo spirito dell’isola, votare comunista, ballare l’hula hula di sera e sentirci a posto.

Ma mentre godiamo dei benefici della nostra più libera identità sociale, credo che sia opportuno sapere anche cosa il crudo individualismo ci ha portato via. Se il mio unico scopo è solo quello di diventare ed esprimere me stesso, mi perdo tutte le importanti risorse esterne per la mia identità. Crescere serve per migliorare e usare i miei talenti; amare serve per seguire i miei gusti. Sparisce così l’idea di essere sfidato, di pensare che spesso posso sbagliarmi, che potrei controllare le mie inclinazioni e allontanarmi dalle tentazioni. In questo modo diventiamo auto-referenziali, e la visione che abbiamo del mondo esterno inizia ad essere così vaga che rischia di diventare  uno specchio distorto di noi stessi. Come disse qualcuno: “Una veduta così ristretta, causata dall’attenzione verso un unico oggetto, ci fa perdere di vista il mondo (per non parlare di Dio) per quello che è. Tutto il resto si colloca in una visione vaga e periferica ed è vista soltanto in rapporto all’oggetto primario, noi stessi”. [2]

Io dovrei essere me stesso, esatto. Ma penso che dovrei essere anche un me stesso più ricco, un me stesso migliore. Per far accadere questo, devo guardare oltre me stesso: devo ascoltare e devo desiderare di essere sfidato. Devo allargare le mie vedute e guardare al mondo. Devo osservare la meraviglia dell’esistenza senza mettermi al centro di tutto. Devo essere aperto al cambiamento e alla crescita. Potrei comunque lasciare tutto e andare a Tahiti, ma questa non sarebbe la scelta di qualcuno che vuole ritirarsi dal mondo esterno, ma di qualcuno che sceglie di ascoltare più attentamente e di migliorarsi.

René Breuel

[1] Tzvetan Todorov, La Bellezza Salverà il Mondo: Wilde, Rilke, Cvetaeva [Les Aventuriers de l’absolu] (Milano: Garzanti, 2010), 34-35.

[2] Matt Jenson, The Gravity of Sin: Augustine, Luther and Barth on Homo Incurvatus In Se (London and New York: T & T Clark, 2006), 73.

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