“Quanto sei felice?”

E’ una domanda chiara e semplice, ma come risponderesti se si trattasse di un sondaggio diretto? Abbastanza felice? Molto felice? Dipende? Ci sono domande a cui è semplice dare una risposta: quanto sei alto, dove sei nato, chi voterai alle prossime elezioni. Invece, rispondere ad una domanda sulla felicità è complicato; non solo essa si sottrae ad una quantificazione, ma quasi sfugge ad una definizione.

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Eppure, nonostante ciò, si sta facendo avanti una scienza secondo la quale la felicità può essere misurata statisticamente. Ad esempio, si sente dire che in Svezia si è più felici che in Russia, o che in America o in Gran Bretagna non si è ancora superato il livello di felicità degli anni ’50. Ancora, esistono degli studi come quello dell’economista Bruno Frey secondo il quale, presa una determinata gamma di stipendi, il livello di felicità delle persone le cui entrate rientrano nell’ultimo 10% in basso si attesta ad 1,94 su una scala da 1 a 3, mentre quelli nel 10% in alto a 2,36. Alcuni di noi rabbrividiscono al solo sentire questi numeri, eppure sembrano così precisi e scientifici che viene da pensare: “beh, perché no? Chi guadagna di più è più felice di chi guadagna meno, quindi immagino che questo studio – e la sua implicita visione del mondo – sia accurato”.

Il problema si presenta quando poniamo un tale nozionismo utilitaristico alla guida delle nostre vite. Un recente editoriale per la rivista “New Republic”, intitolato “Happyism – Felicitarismo: la raccapricciante nuova economia della soddisfazione” chiama in causa questi approcci quantitativi alla felicità umana. Deirdre N. McCloskey spiega che non solo la felicità è un’esperienza soggettiva che si sottrae a qualsiasi scala numerica, ma sottolinea anche le bizzarre presupposizioni alla base di queste benintenzionate teorie. “Oggigiorno vi è una nuova scienza della felicità”, scrive McCloskey, “ed alcuni psicologi e quasi tutti gli economisti coinvolti vogliono che tu creda che la felicità è soltanto soddisfazione.” [1]

L’attuale concezione consumista e materialista che abbiamo della felicità è stata alimentata per secoli. La filosofia politica derivante dai lavori di Thomas Hobbes e John Locke ha fatto sì che si giungesse sempre più a far coincidere la felicità con il piacere. Il punto di svolta si è concretizzato con l’etica utilitaristica di Jeremy Bentham – “è la maggior felicità possibile per il più gran numero possibile di individui ad essere la misura di ciò che è giusto o sbagliato” [2] – che non solo ha ridotto la felicità al livello del piacere, ma ha anche definito cosa sia giusto o sbagliato secondo la felicità che ciò genera alla società. Secondo McCloskey, questa definizione utilitaristica domina ancora il corrente pensiero economico. “Alla fine del ventesimo secolo, l’economia di Bentham è diventata la religione delle società liberali. Non c’è Dio, e Jeremy Bentham è il suo profeta.”

In un certo senso, le ricchezze e le comodità mi spingono a non indagare ulteriormente, gioendo nei piaceri di cui disponiamo. Ho abbastanza denaro non solo per un pranzo tra qualche minuto, ma anche per una cioccolata al bar più tardi, una doccia calda quando torno a casa e per noleggiare un film in serata. Sono tentato di continuare ad essere una persona acritica e moderatamente felice come i personaggi de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, perennemente felici grazie all’uso di soma, la droga antidepressiva ideale.

Però, insieme a questa tentazione viene anche la sensazione di star perdendo un’opportunità. Certo, la soddisfazione è un segno tangibile della felicità ma essa da sola non ne rappresenta che una visione soffocata, impoverita, egoista e misera. Potrei anche ottenere tutto il piacere che voglio, ma chissà che questo sia lo scopo della mia vita, o anche soltanto se, alla fine, sarò veramente felice. Chissà che nella visione collettiva non ci sia un angolo cieco che ci impedisca di scorgere una meravigliosa realtà, la visione di un’umanità che non ci renda così concentrati su noi stessi ma generosi, caritatevoli, offrenti e, sorprendentemente, molto, molto felici.

Ed ho anche la netta sensazione che questa alternativa la troviamo in Gesù e nel suo paradossale invito a lasciar andare la vita che conosciamo, dare, servire e perciò trovare la vera vita.

René Breuel

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